8| BLACK STYLE Il MET Gala del MET Museum of Art
New York City, settembre 2025: alla fine l’ho vista “Superfine: Tailoring Black Style”, la mostra che racconta la moda black dalla Diaspora Atlantica ad oggi (e che ha ispirato questa newsletter)
MET e Reparation
Il 26 ottobre si conclude la mostra Superfine: Tailoring Black Style prodotta dal Metropolitan Museum of Art di New York.
L’esibizione ha portato in scena la complessa eredità dell’abbigliamento afroamericano (soprattutto maschile) dalla Diaspora Atlantica ad oggi attraversando epoche storiche iconiche come l’Harlem Renaissance, il Movimento per i Diritti Civili e l’era hip hop.
Inizio con questa foto perchè racchiude la sintesi e il senso di questo racconto. In un sincretismo culturale fatto di nozioni accademiche e storia di strada sono ritratti Dapper Dan con un (suo tipico) outfit che grida tutta la storia di Harlem, Monica L. Miller, autrice del saggio Slave to Fashion che ha ispirato la mostra e, sullo sfondo, un bomber full logo (fake) Louis Vuitton creato, insieme ad altri, dalla Dapper Dan’s Boutique negli 80ies.
Un falso Louis Vuitton ospitato oggi nella stessa mostra finanziata proprio da Louis Vuitton, maison che a suo tempo (insieme ad altre) portò Dapper Dan in tribunale per contraffazione e violazione dei diritti di autore con inevitabile, conseguente chiusura della sua storica boutique ad Harlem.
Reparation.
Il racconto in esposizione, suddiviso in epoche storiche e fenomeni culturali, pone sullo stesso piano il passato e la declinazione della sua eredità nelle creazioni stilistiche contemporanee. Ne racconto alcune.
#1 DANDY
Il Black Dandyism è l’espediente narrativo scelto per raccontare il valore che ha avuto l’abbigliamento nella comunità nera sia come strumento di mortificazione, sia come forma di libertà.
Se da una parte, in epoca di schiavitù, ci sono padroni bianchi che esercitano e affermano il loro potere vestendo la servitù con abiti dandy simili ai loro, dall’altra questi stessi uomini sottomessi, grazie alla nuova immagine imposta, iniziano a comprendere il potere trasformativo di un abito.



IERI E OGGI: il primo capospalla è una livrea creata da Brooks Brothers tra il 1856 e il 1864. L’azienda di New York produceva una grande quantità di abiti destinati agli schiavi e ai servi domestici del Sud. Sui bottoni è ancora visibile il simbolo del falco del Dr. William Newton Mercer, famoso proprietario terriero che possedeva 350 schiavi sparsi tra le sue piantagioni del Mississippi e della Louisiana. Entrambe le livree sono impreziosite da dettagli vistosi e di lusso che spesso si completavano con altri elementi esotici (come turbanti) amplificando l’oggettificazione del servo da parte di ricchi planters. Nell’ultima immagine l’insegna di uno dei primi negozi Brooks Brothers a NY, ancora attivo oggi (New York, 346 Madison Avenue).
#2 MUNGO MACARONE


IERI E OGGI: a sinistra un ritratto di Julius Soubise, domestico del XVIII secolo; a destra un autoscatto di Iké Udé performer contemporaneo.
Nella Londra del XVIII secolo Julius Soubise, domestico nero, sfida le aspettative e le norme della società attraverso il suo stile e il suo comportamento. Nato schiavo nei Caraibi, viene portato in Inghilterra per diventare parte della servitù della Duchessa di Queensbury che lo educa all’arte del gentiluomo.
Una volta emancipato diventa noto per il suo impeccabile stile dandy. In un’epoca in cui le persone nere, individualmente e collettivamente, stanno negoziando il loro status come schiavi emancipati, gli uomini dandificati come Julius possono invertire la loro invisibilità sociale usando lo stile personale.
Nel ritratto sembra posare in una sorta di passo di danza con un vistoso look spesso associato ai Macaroni.
Con Macaroni ci si riferisce a uomini che hanno spinto i confini della mascolinità tradizionale con l’utilizzo di completi colorati, accessori esagerati e maniere affettate rendendosi argomento di discussione e derisione nell’Inghilterra di fine XVIII. La crescita di Julius Soubise a celebrità sociale coincide proprio con l’epoca dell’infamia dei Macaroni e da qui il soprannome affibbiatogli.
In tempi contemporanei lo stile dandy è stato reinterpretato dall’artista nigeriano-americano Iké Udé che vive e lavora nella tradizione del dandismo. Iké usa le sue performances e la serie di autoritratti chiamato Sartorial Anarchy per ridefinire lo stile dandy del XXI secolo connotato da una fusione di epoche ed elementi di origine occidentale e africana. Qui indossa una parrucca tipica del macarone del XVIII secolo, una camicia francese del XX secolo, pantaloni nigeriani Yoruban del 1940, mocassini americani del XX secolo e in mano un bastone da combattimento Zulù del XIX secolo.
#3 MILITARY



IERI: L’abbigliamento militare, pensato in relazione alla storia black, è spesso sinonimo di orgoglio proprio come in questa sequenza di ritratti di leader haitiani, ispirati da quelli dei reali europei, che esprimono eleganza e fierezza nell’indossare una divisa militare. Toussaint Louverture (il primo da sinistra) è un rivoluzionario haitiano, nato schiavo, che ha guidato la rivoluzione di Saint-Domingue (l’attuale Haiti) culminata con l’abolizione della schiavitù e l’indipendenza della nazione diventandone il primo governatore.


OGGI: a sinistra due outfit della collezione Ezekiel di Grace Wales Bonner, stilista giamaicana, ispirata all’imperatore etiope Hailé Selassié in cui dialogano elementi di cultura africana e caraibica. Emerge soprattutto l’intervento, su un taglio sartoriale, di quella conosciuta come Rasta Belt, cintura rasta, realizzata nei colori della bandiera panafricana di Marcus Garvey (1920), simbolo della UNIA, Universal Negro Improvement Association. Proprio Garvey aveva predetto l’arrivo di un re nero che avrebbe garantito la libertà in Africa anticipando l’incoronazione di Selassié nel 1930, leader la cui sua missione era proprio quella di un’Africa unita.
A destra un look Balmain, la casa di moda francese guidata da Olivier Rousteing che ha fatto dei dettagli ispirati alle uniformi militari la cifra della maison (Rousteing si riferisce ai suoi estimatori come Balmain Army).In questo completo una giacca di chiara ispirazione military viene abbinata ad un paio di tracksuit pants di nylon.




IERI E OGGI: Nella prima immagine cappello in feltro originale Black Panthers e afro pick.
Nelle foto a seguire l’iconografia del Movimento Black Power si riflette nella rivisitazione di questi oggetti: afro pick e sua custodia in stampa cocco, gemelli oro con il pugno alzato e combat boots Givenchy. Il completo in pelle di Ferragamo è una citazione della tipica uniforme del movimento Black Panthers.
#4 TRAVESTIMENTO
L’abbigliamento, in particolare quello dandy, ha permesso in alcuni casi a persone in stato di schiavitù di ribaltare la propria sorte permettendo loro una scalata sociale. Famosa la storia dei coniugi Ellen e William Craft che travestendosi rispettivamente da uomo bianco upper class e da servo domestico sono riusciti a percorrere la Underground Railroad per sfuggire, nel 1848, alla schiavitù in Georgia arrivando fino al Nord degli Stati Uniti.




IERI E OGGI: Nella prima immagine un uomo schiavo di nome William Headley posa nel suo negro cloth per una foto utilizzata dagli abolizionisti del Nord impegnati ad informare, attraverso la distribuzione di queste immagini, rispetto alla realtà mortificante della schiavitù. Tuttavia il suo atteggiamento fiero conferisce inaspettata dignità e un senso di stile ai suoi abiti.
La risposta del XXI secolo la troviamo nel completo (di destra) disegnato per Louis Vuitton da Virgil Abloh, nel 2021, dove è presente un kente di origine ghanese molto simile al negro cloth del primo ritratto.
Segue una foto di Josephine Baker ritratta in un completo maschile dello stilista italiano Arturo Cifonelli per pubblicizzare il suo musical La jole de Paris nel 1949, anticipando il dibattito gender.
In risposta, nel XXI secolo, Ib Kamara (successore di Virgil Abloh) disegna per Off-White due completi maschili ricamati con caratteristiche femminili a manifesto della non conformità di genere.
#5 TAILOR MADE






IERI E OGGI: Nella prima immagine W.E.B. DuBois, sociologo, storico e panafricanista, è stato il primo uomo nero a conquistare un Phd alla Harvard University. Considerato uno degli uomini meglio vestiti della sua epoca, nel suo guardaroba erano presenti, oltre a completi Brooks Brothers, capi tailor made dai famosi sarti di Savile Row di Londra.
A seguire alcuni pezzi dell’armadio di Frederick Douglass, abolizionista e scrittore tra gli uomini più ritratti del XIX proprio grazie al suo stile impeccabile e personale.
Infine due completi di Molly Sills, sarto in voga intorno al 1980 che tra i suoi clienti può vantare lo stiloso fotografo Gordon Parks. Andrè Leon Talley, in quel periodo fashion editor a Vogue e devoto dandy, contribuisce al suo successo commissionando questo completo con taglio anni ‘30. Negli anni a venire lo stesso Talley ricorda come suo ritratto preferito una foto che lo immortala sulla Fifth Avenue proprio con questo outfit.
#6 HBCU Historically Black Colleges and Universities


IERI E OGGI: nell’acquerello A student at Howard del 1947 la professoressa e artista Lois Mailou Jones ritrae uno studente che indossa una giacca bomber in pelle precorritrice della varsity jacket o letterman jacket a dimostrazione di come i codici stilistici, all’indomani della seconda guerra mondiale, siano in fase di cambiamento. Nel 1946 anche la rivista Life riconosce in un suo articolo che lo stile degli studenti della Howard University, la più famosa tra le Università storicamente nere, è il più ricercato e migliore in assoluto nel circuito accademico.
Nella foto successiva due look contemporanei ispirati a quell’epoca. A sinistra un outfit di Mains, brand del rapper e stilista inglese-nigeriano Skepta, ispirato allo stile college e hip hop degli anni ‘90 in cui il taglio accademico si mescola a quello dello stile sportswear contemporaneo con un risultato molto simile al ritratto A student at Howard.
A destra un look della collezione Morehouse College disegnata da James Jeter, ex studente della Morehouse, per Polo Ralph Lauren. La capsule è ispirata ai completi tipici delle HBCU tra gli anni ‘20 e ‘50 del XX secolo.
#7 ZOOT SUIT
Lo zoot suit è il completo più in voga nel periodo della Harlem Renaissance, degli speakeasies, dei juke joints e dei cabaret. Indossato inizialmente dagli abitanti di New York e Chicago e poi da musicisti jazz come Cab Calloway, questo completo maschile dal taglio non tradizionale diventa simbolo di trasgressione per eccellenza. Disegnato per facilitare i movimenti sulla pista da ballo è proprio l’eccesso di tessuto a rappresentare una sfida verso le leggi che nel periodo di guerra ne limitano l’utilizzo portando nel 1943 ad uno scontro, a Los Angeles, tra neri e messicani contro la polizia. Nonostante la sua importante eredità storica non ha avuto un lungo utilizzo, conoscendo il suo apice solo tra il 1942 e 1944.




IERI E OGGI: Nella prima immagine Lee Edward Brown in uno zoot suit a metà XX secolo. Il ritratto Harlem Dandy di Miguel Covarrubias (1930 circa) ritrae lo spirito della Harlem Renaissance oltre ad uno scorcio della 135th street, la strada conosciuta come Striver’s Row dove gli harlemities più eleganti passeggiavano per essere visti. Due american zoot suits molto simili a quelli indossati da Malcolm X quando era un hustler ad Harlem. Nella sua autobiografia Malcolm descrive così la gioia e l’orgoglio di aver posato per una foto con il suo primo zoot suit: “I took three of those twenty-five-cent sepia-toned, while you-wait pictures of myself, posed the way hipsters wearing their zoots would cool it”.
Nell’ultima immagine due completi di Willy Chavarria influente stilista di origine messicana-irlandese che nel 2023 descrive al New York Times la storia di questa collezione: “l’estetica dello zoot mi tocca profondamente perché la sua caratteristica di prendere spazio con le sue forme e i suoi volumi è soprattutto una dichiarazione politica”.
#8 HIP HOP e SPORTSWEAR
Sono molti gli stilisti black contemporanei che nelle proprie collezioni continuano a raccontare con riferimenti e citazioni la storia della comunità nera. Lo stesso Virgil Abloh nella sua collaborazione con Louis Vuitton ha spesso incorporato forme tipiche del costume ghanese sia nei completi eleganti, sia nella parte più streetwear.
Tuttavia, tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo, è stata la cultura hip hop ad aver contaminato e definito nuovi codici stilistici soprattutto nel modo di vestire nero.






IERI E OGGI: Nella prima foto un outfit full Dapper Dan molto in voga tra gli hustler dell’epoca. Il bomber è stato creato nel 1987 per Jam Master Jay dei Run-D.M.C. mentre i pantaloni erano per Dj Hurricane.
Segue un look di Brick Owens per Bstroy (2017) ispirato ai total look full denim di DJ Kool Herc (nella foto successiva). I total look denim erano la cifra stilistica del primo hip hop come sfida al modo di vestire più formale.
La maglia da rugby adottata come nuovo elemento di stile da Ralph Lauren già negli anni ‘70, diventa cifra stilistica della golden era dell’hip hop. Questa, oversize, è stata disegnata da Rushemy Botter per Botter.
Infine un completo sportivo, ancora di Grace Wales Bonner, in collaborazione con Adidas (2021) ispirato da una serie di fotografie scattate da Sanié Sory a giovani neri nel Burkina Faso degli anni ‘80 (ultima foto).
Altre curiosità sulla mostra le posterò nei prossimi giorni sul mio IG




