7| BLACK STYLE Il Cowboy Carter Tour di Beyoncé
Questa newsletter racconta la storia del costume afroamericano partendo dal Black Dandyism, tema del MET Gala 2025, fino ad arrivare alla cultura Hip Hop e Pop contemporanea.
Ad appena un paio di settimane dalla fine del Cowboy Carter Tour Act II, l’azienda Levi’s lancia la quarta collaborazione con Beyoncé attraverso un visual che potrebbe contenere un easter egg sul tema del suo prossimo album, pardon: atto, Act III.
Si mormora Rock ‘n Roll.
Beyoncé sembra avere fretta (di fare l’Act III? di diventare billionaria+ con un altro tour? di far parlare di sé continuamente senza comparire mai al di fuori di un palco? è solo stanca? non sappiamo…), ma siccome non ho ancora avuto tempo di metabolizzare la meraviglia estetica di Black is King e del Renaissance Tour, prima di girare pagina voglio fermare questo momento e raccontare l’”Americana” aesthetic portata nel mondo da Beyoncé con il Cowboy Carter Tour.
Album e tour, oltre al racconto visivo, hanno come obiettivo (raggiunto) l’ormai neanche troppo ambizioso fine di trasformare l’opera artistica e musicale in un atto politico.
“Non chiedete mai il permesso per qualcosa che è già vostro”
È così che apre (e chiude) il Cowboy Carter and the Rodeo Chitlin’ Circuit Act II composto da 32 date di cui 23 in Nord America e 9 in Europa.
Questo statement è tanto semplice quanto molto personale per l’artista che ci porta indietro di ben 8 anni per comprendere la reason why di questa dichiarazione fatta proprio in apertura.
Nel 2016 Beyoncé si esibisce ai CMA di Nashville con le allora Dixie Chicks (oggi solo Chicks) sul pezzo “Daddy Lessons”. Quell’ esibizione fa alzare più di un sopracciglio e la presenza di un’artista pop di quella portata nel tempio della musica country divide il pubblico.
Beyoncé lo definirà un atteggiamento razzista nei confronti di una donna nera che tuttavia è nata e cresciuta in un contesto geografico, quello del Sud degli Stati Uniti, impregnato di country e southern manners. Ricorderà, nelle sue dichiarazioni, di essersi esibita più volte, all’inizio della sua carriera, nel contesto dei rodei texani sia da sola, sia come membro delle Destiny’s Child. E molti dei suoi look di allora, più genuini di quelli di oggi, sono fortemente ispirati dai motivi stampa bandana, dai cappelli Stetson e dagli stivali texani.
“Sono cresciuta andando al rodeo di Houston ogni anno. Era un’esperienza fantastica, diversa e multiculturale dove c’era qualcosa per qualsiasi membro della famiglia, tra cui grandi esibizioni, snickers fritti alla Houston o cosce di tacchino fritte. Una delle mie ispirazioni è venuta proprio dalla storia sottovalutata dei cowboy neri americani. Molti di loro venivano chiamati cowhands e dovevano subire profonde discriminazioni e spesso erano obbligati a lavorare con i cavalli più indisciplinati. Grazie ai loro talenti hanno dato vita al Soul Circuit. Col tempo poi questi cavallerizzi di colore hanno preso parte a spettacoli incredibili e ci hanno aiutato a reclamare il nostro posto nella storia e nella cultura western” Beyoncé 2021
Non saprei dire se i critici avrebbero apprezzato di più la stessa performance fatta da Dua Lipa o da Billie Eilish (per fare l’esempio di due pop star bianche), tuttavia è fuori discussione che la questione che Beyoncé pone con l’ultimo album divide l’opinione proprio come da programma: il country è bianco o è nero?






(ne avevo scritto qui).
Negli Stati Uniti il country è, prima di tutto, uno stile di vita.
Nashville, la capitale eletta del fenomeno culturale, è una città giovanissima che ospita migliaia di artisti e aspiranti tali in cerca di fortuna. I locali nella Broadway, la main street, offrono loro, già dal mattino, la possibilità di esibirsi sui piccoli palchi non solo per i clienti, ma anche per chi passeggia.
Il Grand Ole Opry, la mecca di questo genere musicale, non è solo un teatro in cui due o tre sere a settimana si può assistere live all’omonima programmazione radiofonica, ma è anche la meta ultima di ogni artista. Ci si può esibire su invito, ma per essere accettato come artista membro, è necessario che un comitato approvi la tua candidatura (ho assistito, con sorpresa, ad una di queste investiture proprio nel 2018, vedi sotto).
Insomma, ha delle regole, anche rigide.
Tant’è.
Beyoncé se l’é attaccata al dito e ci insegna quanto fredda deve essere servita la vendetta: 8 anni.








Proprio dal 2016 e in particolare durante la pandemia del 2020, periodo che Bey definisce come il più creativo della sua vita, matura l’idea di un’opera musicale strutturata in atti (pare saranno tre in tutto) sullo stile di un’opera teatrale.
L’Atto I esce nel 2022 come Renaissance, un album omaggio alle radici nere e queer della club culture dove rende omaggio/si appropria/mette in luce, a secondo delle prospettive, la Ball Culture (ne parlo qui) raccontata molto bene solo qualche anno prima dalla serie Netflix Pose e prima ancora dal documentario Paris is Burning. L’estetica di questo concept è quella dei tessuti metallici e dei set strobo da night club.
L’Atto II esce nel 2024 come Cowboy Carter che lei definisce “non un album country, ma un album di Beyoncé”. Parafrasando Linda Martell nell’interlude di “Ya Ya”, questo album esplora diversi generi musicali ed è questo che rende l’ascolto interessante. Ed è vero a mio avviso, ma è anche vero che l’estetica con cui ha deciso di promuoverlo è quella tipicamente country.
È nell’Halftime del Super Bowl di Natale 2024 a H-town (dove è nata e cresciuta) che ci dà un assaggio di quello che sarebbe stato il tour mondiale svoltosi tra aprile e luglio 2025 (doveva partire a gennaio, ma è slittato a causa degli incendi che hanno duramente colpito Los Angeles).
Dietro a questo progetto ci sono cinque anni di lavoro e più di cento tracce prodotte di cui “solo” 27 sono state selezionate per l’album finale. Beyoncé firma come solo artist quasi tutti i suoi pezzi, ma le collaborazioni sono state tante e di altissimo livello. I nomi a cui concede di comparire (la questione dei credits è da sempre un tasto dolente quando si ha a che fare con Beyoncé) sono quelli di Willie Nelson (non in veste di cantante, ma di speaker della KNTRY station, radio di fantasia in cui i generi musicali sono annullati),Dolly Parton, Linda Martell (la prima artista country nera ad esibirsi al Grand Ole Opry negli anni ‘70), Shaboozey, Miley Cyrus, Post Malone e poi Brittney Spencer, Tanner Adell, Tiera Kennedy e Reyna Roberts quattro giovani artiste country nere poco conosciute fino all’arrivo di B.
L’Atto III si vocifera, come scritto in apertura, possa essere dedicato al rock. Vedremo.
E’ chiaro che l’obiettivo duplice dei tre atti, che hanno affrontato e affronteranno tre diversi generi musicali e culturali, è sia di celebrare e restituire il giusto riconoscimento al contributo nero dato alla musica, sia aprire un dibattito culturale e politico.
Per una parte Beyoncé è una donna nera di potere che si erge, più o meno dall’album Lemonade ad oggi, a paladina degli spazi non riconosciuti alla comunità afroamericana.
Per l’altra parte (non solo white) Beyoncé è una donna che abusa del suo potere è si appropria e guadagna milioni su nicchie e fenomeni culturali e musicali che con lei hanno poco a che fare, solo perché può farlo.
Intanto qui, con questa newsletter, fermo il momento storico e rimanendo in tema Black Style, faccio seguire il racconto di quello che è stato il concept estetico del Cowboy Carter Tour attraverso parole chiave.
(vi consiglio di accompagnare la lettura con immagini: il qrcode vi rimanderà al redazionale di W Magazine).
AMERICANA: per descrivere l’estetica del progetto Cowboy Carter si è parlato anche di Americana intesa come Americana Aesthetic dove il termine racchiude tutti quei simboli e quelle immagini stereotipate e nostalgiche che raccontano la cultura statunitense come l’aquila in volo, la stampa stars & stripes, l’Apple Pie, i Diners, la Cadillac Vintage, la musica country, l’estetica western e così via. Lana Del Rey negli anni ’10 è esplosa basando tutto il suo personaggio sull’utilizzo dell’Americana Aesthetic in una chiave nostalgica. Beyoncé, di contro, ne fa un uso più progressista e di rottura cercando di reimmaginare, attraverso questi simboli, una nuova America.
SHIONA TURINI: per questo tour e per lo spettacolo del Super Bowl è stata la stylist in capo alla guida di un team composto tra altri da Ty Hunter (amico di lunga data della famiglia Knowles) e Karen Langley (ex direttrice del britannico Dazed & Confused Magazine) con i quali ha studiato un guardaroba narrativo dove gli elementi country si sono ripetuti con costanza in chiave western-glam.
Pensavamo ancora a mamma Tina(:-) quando invece è Shiona che si occupa da anni dell’immagine di Beyoncè (con mamma Tina final approval chiaramente…). Per questo tour ha curato, in uno sforzo meravigliosamente coordinato, non solo l’immagine della queen, ma anche quella della sua numerosissima crew composta da ballerini e performer e dalla figlia Blue Ivy (che in questo tour, ricordiamolo, ha finalmente imparato a ballare). La Turini in passato ha anche lavorato per il film Queen & Slim collaborando proprio con Dapper Dan per la creazione del guardaroba Gucci old school del personaggio zio Earl (ne avevo già parlato qui)
L’estetica western creata per questo tour e album ha avuto un impatto importante sul mondo dell’abbigliamento e su quello della moda couture. Aziende di fast fashion come Primark, prevedendo l’onda country arrivare, hanno creato delle capsule speciali a tema distribuite negli stores presenti nelle città toccate dal tour: inutile sottolineare che sono andate in sold out in pochissimi giorni. Ma anche siti come Asos, Pretty Little Thing o Zara hanno visto un aumento esponenziale della richiesta di articoli cowboy-style.
“Boy I’ll let you be my Levi’s Jeans so you can hug that ass all day long” traccia 17
Un’operazione di co-branding interessante è stata quella tra Beyoncè e Levi’s (una delle poche aziende ad averla vestita sin da quando era ancora poco famosa) che dopo averla scritturata come testimonial del brand, ha prodotto una capsule di tee con logo rivisitato seguendo il trend della “i” raddoppiata in tutto il concep album, quindi LEVII’S (a rafforzare il “II” di Act II ).
La società di ricerca Mintel ha affermato che il tour ha dato vita ad una rinascita dell’estetica western nella moda. La rivista Vogue ha parlato di Rodeo Couture evidenziando come le maison di lusso abbiano attinto all’onda western rilanciata dall’artista per le collezioni F/W 25.
In generale in tutti i look con cui Beyoncé si è presentata sul palco o nei visual di accompagnamento, erano onnipresenti elementi stilistici come: stampa bandana, cappelli western, fibbie, stampa check, denim, chaps ed dettagli in pelle, tutti rivisitati in versioni impreziosite e molto sexy.
Ad ogni tappa ricorrevano i look a tema stars & stripes; tra i più fotografati quello di Lorenzo Serafini per Alberta Ferretti composto da un body cat suit full swarovski e una fake fur; quello di Coperni, il più imitato dai BeyHive, fatto da tuta nera aderente bell- button dove nella parte della gamba era cucita una bandiera statunitense; infine Elie Saab con un completo cat suit più guanti e stivali full fringe nei colori del rosso, bianco e blu.

BIANCO e ORO: due colori molto presenti, usati entrambi in full. Il bianco, a rappresentare la purezza e anche il colore della stella del Lone Star State (ovvero il Texas, lo stato in cui è cresciuta Beyoncé), è stato utilizzato nella performance di Natale. Il gold, ancora più presente nei dettagli e negli elementi di scena, è stato utilizzato soprattutto nelle performance di gruppo: nei look (by LaPointe) con le Destiny’s Child nella performance a sorpresa in occasione della data di chiusura del tour. Gli outfit ricordavano quelli indossati dal trio quasi 25 anni prima durante il TRL Tour 2001 di MTV. Poi nel duetto con Miley Cyrus, entrambe in Rabanne. Infine utilizzato dalle donne della sua famiglia quando sono salite sul palco per celebrare la festa della mamma.
BEYFLATION: si è parlato di effetto Beyoncé o Beyflation per indicare l’impatto economico che ha avuto in quelle città coinvolte nelle tappe del tour e sui gig-tripping (cioè i viaggi fatti per andare a vedere concerti). Dello stesso fenomeno si è parlato in occasione dell’Eras Tour di Taylor Swift.
CHITLIN’ CIRCUIT: il nome completo del tour è Cowboy Carter and the Rodeo Chitlin’ Circuit dove Chitlin’ Circuit si riferisce a quella rete di locali dove gli afroamericani erano soliti riunirsi per esprimersi ed esibirsi nel periodo della segregazione razziale. Il font della scritta Bang con cui chiude l’esibizione dell’Half Time è chiaramente ispirato a quello che veniva usato nelle locandine dei Chitlin’ Circuit. Anche il titolo Cowboy Carter invece di Cowgirl Carter è una volontà ben precisa dal momento che gli schiavi e gli ex schiavi, in periodo di segregazione, venivano chiamati in modo sminuente boy.
HEADLINERS: anche in questo tour è comparsa la scenografia del salone di hairstyle come imperituro omaggio all’attività imprenditoriale della mamma, l’Headliners Salon che Tina ha gestito a Houston tra gli anni ’80 e ’90 dove da piccola Beyoncé a volte si esibiva per le clienti. In una delle prime tappe del tour Tina Knowles è stata invitata dalla figlia sul palco per festeggiare il successo del libro Matriarch: a memoir (ne parlerò) scritto recentemente dalla mamma per raccontare la sua vita.
WILLY CHAVARRIA: uno dei più quotati stilisti americani di questi ultimi dieci anni, molto legato alla leather culture e alla ball culture, viene citato dall’horseman che guida Beyoncé all’ingresso dell’NRG Stadium indossando appunto un denim Chavarria.
LIPIZZANO: il cavallo che compare sulla copertina dell’album e quello che cavalca nell’esibizione del Super Bowl è di razza un lipizzano, cavallo che ha la caratteristica di nascere con pelo scuro e che crescendo si schiarisce fino a diventare bianco. I critici sostengono che lo abbia utilizzato come metafora della trasformazione della musica country nata dalle origini della soul music e poi diventata un genere only white. Una delle tradizioni a cui si rifà Cowboy Carter è quella del country soul, un genere che ha cercato di superare i confini tra country, soul, R&B, funk, gospel, rock e pop, quindi tra bianco e nero, e che ha tra i suoi esponenti Ray Charles o la più recente Allison Russell.
LINDSEY JAMES SHOW CLOTHING: un brand indipendente, scovato da Shiona Turini, specializzato nella creazione di costumi da rodeo (vi lascio qui il link alla pagina ig per volare). Ha disegnato per Beyoncé l’outfit full white del Super Bowl e un versione full gold per il tour.
BLACK COWBOY: la collezione 2021 di Ivy Park in collaborazione con Adidas era già ispirata dalla sua infanzia in Texas e dalla cultura western, ma soprattutto dalla storia dei cowboy neri. La valorizzazione del contributo black nel country è iniziata anni fa anche come eco del movimento Black Lives Matter. Nella performance Be Alive agli Oscar 2022 Beyoncé celebra proprio i Compton Cowboys (l’esibizione è infatti in differita da Compton), un gruppo di afroamericani che usa il cavallo per percorrere le strade di Compton e si impegna a connettere la comunità locale con la storia e la cultura dei cowboys neri. Come loro anche i Concrete Cowboy del Fletcher Street Riding Club di Philadelphia, un luogo dove i giovani, seppur in un contesto urbano, imparano a prendersi cura dei cavalli. Un’idea di Ellis Ferrell, il fondatore, convinto del potere trasformativo dell’equitazione. Il film Ghetto Cowboy ne racconta la storia.
CHAPS PANTS: sono stati l’accessorio più utilizzato, quasi onnipresente. Per onor del vero non una novità nè in generale, nè nel guardaroba di Beyoncé che già nel Reanissance Tour aveva sfoggiato un look simile by Mugler, una rivisitazione del meno famoso outfit creato sempre da Thierry Mugler per Connie Fleming alias Connie Girl, una delle ragazze più famose nella scena ball di New York degli anni ‘80 e ‘90. I chaps nascono come un secondo pantalone pensato per proteggere le gambe del cowboy e per farlo aderire meglio alla sella. La Turini li ha re-immaginati in chiave scintillante, sexy e girly per il Beyoncé C.C.T.. I più raccontati sono stati quelli creati da Tongoro, brand africano, che con B. aveva già lavorato in passato sia per l’album visuale Black is King, sia per il Renaissance Tour. I chaps metallici erano impreziositi da 444 cowrie shell e 444 cristalli (4 è il numero magico di B.) in un chiaro tributo alla craftmanship africana. Il brand è nato a Dakar nel 2016 da un’idea di Sarah Diouf e collabora esclusivamente con sarti senegalesi e con materie prime locali incentrando il suo storytelling sulla cultura e sull’ identità africana.
THIERRY MUGLER: La couture di Thierry Mugler è unica, architettonica ed iconica. Decisamente non daily wear è stata utilizzata dalle star nelle occasioni mondane ad eco internazionali o per visual ancora oggi immortali. L’ho conosciuto artisticamente nel 1991 con il video Too Funky di George Michael (di cui Mugler era regista) in cui comparivano le top model anni ‘90 tra cui Emma Sjoberg con indosso un pezzo di autentica Americana couture (parte delle collezione Les Cow-Boys del 1992). L’ho ritrovato esposto alla retrospettiva a lui dedicata nel 2022 a Parigi, al Muséè des Arts Decoratifs. Decenni dopo lo ha indossato anche Beyoncé insieme ad altre creazioni tra cui un costume in stile ape: Bee x B.








MEGYN KELLY: (famosa ex anchorwoman di Fox News) in un interlude del concerto Beyoncé fa ascoltare un estratto di un notiziario in cui Megyn Kelly afferma:
“La musica country esiste da molto, molto tempo. Arriva dritta al cuore dell’America e la maggior parte degli americani negli stati repubblicani la amava e apprezzava molto prima che la Queen Bey decidesse di metterci il dito”
Il video si alterna ad immagini di musicisti neri del passato e precede l’esibizione di America has a problem in cui B., Blue Ivy e il corpo di ballerini indossano una tuta bianca con la stampa ripetuta America has a problem sotto forma di titolo di giornale. La tuta è stata disegnata da Glenn Martens x Diesel.
ELEVEN SIXTEEN: è il brand del nigeriano-americano Ugo Mozie che ha creato almeno tre dei look che Blue Ivy indossa per ballare sulle note di Crazy in Love replicando alla perfezione la coreografia di mamma B. per l’omonimo video del 2003. Impreziositi dall’introduzione di cowrie shells placcate oro e statuette in bronzo del Benin realizzati entrambi in Nigeria e applicati sia sull’outfit, sia sull’ombrello utilizzato in un ingresso.
SIR DAVIS WHISKY:
“bottle in my hand, the whiskey up high. Two hands to heaven, wild horses run wild”
canta nella traccia 24 II Hands II Heaven. Proprio in un passaggio dello spettacolo Beyoncé siede su una poltrona mentre un braccio meccanico le versa del whisky da una bottiglia tempestata di swarovsky star & stripes. E’ una promozione alla sua più recente attività imprenditoriale nel business degli alcolici. Scelta quasi sempre vincente se pensiamo a Sean Combs con la vodka Ciroc o proprio a Jay Z con lo champagne Armand De Brignac. Questa forma un po’ tacky di promozione dei propri prodotti fuori contesto è ormai completamente sdoganata. Tra le promozioni più celebri: Rihanna che durante l’halftime 2023 promuove la sua linea di make up Fenty Beauty oppure Jay Z che si accompagna con un bicchiere del suo cognac D’Ussé nel video Drunk in Love di B.
TANK TOP, HOT PANTS: Dsquared2, Off-White e Sami Miro hanno rivisitato l’iconico look canotta bianca e denim shorts con cui B. debutta nel primo singolo da solista Crazy in Love.
BLACK BIRD: nelle tappe londinesi ha indossato una tee con le sagome ricamate di due merli neri. Il look è stato realizzato da Stella McCartney, figlia di Paul McCartney autore del pezzo Black Bird, una delle due cover (insieme a Jolene di Dolly Parton) presenti nell’album. Paul aveva scritto il testo nel 1968 dopo l’assassinio di Martin Luther King Jr. in un periodo storicamente importante, legato alle lotte per il riconoscimento dei Diritti Civili da parte della comunità afroamericana. La metafora del black bird venne utilizzata per descrivere la condizione di uomini e donne negli Stati Uniti.
RALPH LAUREN: ha creato un outfit total denim, full swarovsky, in stile western per la tappa newyorkese. Sebbene compaia poco nei redazionali dedicati al tour, portare sul palco il suo nome era imprescindibile dal momento che è il designer dell’American Dream per eccellenza (ne ho scritto anche qui). Il suo universo estetico fatto di Hamptons, preppy style, Ivy League stripes è stato capace, nel corso della sua lunghissima carriera, di passare da un target di riferimento all-white ad reinterpretazione del sogno americano molto più inclusivo con testimonial e capi riletti anche in chiave black.
BUFFALO SOLDIERS: a Parigi è riuscita a scatenare l’ennesima polemica indossando una tee con la stampa dei Buffalo Soldiers, una unità nera dell’esercito americano attiva tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900. I critici l’hanno definita una maglietta anti-indigeno poichè i Buffalo combatterono anche contro i popoli indigeni nell’epoca della gold rush.
DOLLY PARTON: l’altra, molto discussa, cover è Jolene di Dolly Parton. Un po’come Willy Nelson, l’iconica star del country introduce il pezzo citando un’altra canzone di Beyoncé, Sorry, del 2016 in cui si lamenta di una certa “Becky with the good hair”, presunta amante del marito. Nell’interlude che precede la traccia 10, Dolly dice che la “hussy with good hair” le ricorda “someone I knew back when” riferendosi appunto alla Jolene della canzone del 1974. Non è passato inosservato l’aggiornamento del testo da “Jolene, I'm begging of you, please don't take my man” di una remissiva Dolly a “Jolene, I’m warning you don’t come for my man” di una Beyoncé in versione mob wife.
LOOK + BELLI secondo me: Schiaparelli, Loewe, Etro e Dolce & Gabbana. Menzione speciale ai cappelli passati in sordina di NYAvantguarde che mescolano in un unico prodotto più simboli "americana”.
I vostri?



