4| BLACK STYLE Dapper Dan
Questa newsletter è dedicata alla storia del costume afroamericano partendo dal Black Dandyism, tema del MET Gala 2025, fino ad arrivare alla cultura Hip Hop contemporanea.
La newsletter di oggi accompagna la seconda puntata del mio podcast “BLACK STYLE” dedicata a Dapper Dan, una figura rivoluzionaria, un Black Dandy “Made in Harlem”, che ha rivoluzionato il Black Fashion lasciando un’impronta indelebile nell’estetica Hip Hop dove ha mescolato lusso e streetwear in modo unico e senza precedenti. In particolare deve la sua fama per aver reinterpretato o meglio: “blackanized”, come direbbe lui stesso, reso “più neri”, loghi di marchi di alta moda europea come Gucci, Louis Vuitton e Fendi, trasformandoli in creazioni uniche e appariscenti, molto richieste da artisti hip-hop, atleti e celebrità, soprattutto black.
Dapper Dan è considerato ancora oggi, a ottant’anni, un visionario che ha cambiato le regole della moda ispirando un’intera generazione di giovani stilisti e anticipando, di decenni, il trend delle collaborazioni tra grandi brand e streetwear designers.
Per facilità di lettura e ascolto, ho suddiviso la storia di Dapper Dan in tre momenti:
#1 La vita di strada e gli anni dell’autodeterminazione.
La storia di Dapper Dan, al secolo Daniel R. Day, inizia nel 1944. Nasce e cresce ad Harlem dove i suoi genitori, come la maggior parte dei suoi abitanti, sono arrivati con la Grande Migrazione degli anni ’20. Padre di Emporia, Virginia e madre geechee della South Carolina, si stabiliscono ad East Harlem in un five story building tra la Lexington Avenue e la 129th street dove Daniel cresce con altri 6 tra fratelli e sorelle.






La vita ad Harlem non è facile. Sono poveri, ma, come ricorda nella sua autobiografia, sono circondati da così tanti altri poveri che quella condizione è l’unica che conosce.
È una Harlem in cui le porte dei condomini rimangono aperte a qualsiasi ora del giorno e della notte perchè qui vivono persone unite da una storia, da uno slang e da una cultura comune che fortificano il loro senso di comunità e sicurezza. Tuttavia, negli anni a venire, proprio queste comunità verranno rase al suolo per costruire i projects, palazzi di edilizia popolare, tutti uguali e costruiti in serie (o come direbbero gli americani cookie cutter buildings, edifici tagliati con lo stampino) che, mettendo insieme persone che non hanno più radici in comune, provocano la fine di quel senso di comunità e sicurezza.


La madre di Daniel è molto religiosa e il gospel del “Joe Bostic’s Gospel Train”, il più famoso programma gospel radiofonico, è la sveglia mattutina per Daniel e i suoi fratelli. È sempre affamato e a volte riesce a placare la fame comprando del ghiaccio da un italiano, Del Monte, che lo vende a 25 cents per le strade del vicinato; altre volte gli va meglio quando, per esempio, riesce ad ottenere della cioccolata calda in chiesa, dove va, insieme alla madre e ai fratelli, almeno tre volte a settimana.



Nonostante sia un quartiere black, il razzismo è presente anche qui, nella forma di colorism: ci sono, infatti, locali famosi come il “Cotton Club” che non assumono ragazze se hanno la pelle appena più scura di un sacchetto di carta. L’epoca del “Black is beautiful” è ancora molto lontana.






Harlem diventa, proprio in quegli anni, la base degli hustlers.
È da questi projects che Daniel vede regolarmente entrare e uscire non solo hustlers, ma anche musicisti jazz e inizia a studiare e ad ammirare i loro look. Nat King Cole e John Coltrane sono le sue prime icone fashion. I completi gessati e gli zoot suits sono novità portate proprio dai musicisti per dare stile e personalità a completi altrimenti ordinari. Sono le prime figure di riferimento ad avere un’estetica ed un gusto pieno di audacia e identità. Per dirla alla Dapper Dan: sono fly.

Per sopravvivere in strada, racconta Daniel, è imprescindibile coltivare la propria reputazione; per farlo è fondamentale costruirsi un’immagine ed è proprio attraverso la costruzione di questa che interviene l’importanza di un certo tipo di stile.
Per esempio: una delle prime cose che fa Daniel con i soldi guadagnati è un trattamento lisciante ai capelli conosciuto come “the process” che garantisce capelli stirati e un’ondulatura con effetto naturale tipo “finger waves”.












È sempre in questo stesso periodo che Daniel cade in quella che sembra ormai essere una trappola inevitabile: l’eroina. Del resto le tentazioni sono ovunque ad Harlem in quel periodo: la 125th è come una piccola Times Square con sale da gioco, teatri e cinema ovunque. Tra questi proprio l’immortale Apollo Theatre.


Daniel in quegli anni si impegna a studiare per diventare Sol, un mago, un prestigiatore di strada. Essere Sol non è cosa banale, significa far parte di una società segreta che si tramanda conoscenze da una generazione all’altra. Per diventare un membro essere fly è imprescindibile.
Daniel non può permettersi i costosi vestiti delle boutique di quell’epoca, ma deve andare fino al Garment District in downtown Manhattan e customizzare quello che trova nei negozi di seconda mano per rendere questi acquisti il più vicino possibile ai capi alla moda. Il risultato non tarda ad arrivare e il suo stile viene apprezzato così tanto da guadagnarsi in breve tempo il soprannome di Dapper Dan.

Questo soprannome, Dapper Dan, è un riconoscimento dal valore inestimabile, soprattutto per lui che, in questo momento, sta faticosamente cercando di mantenere un equilibrio tra la sua dipendenza con l’eroina e il desiderio e l’ambizione di non perdere sé stesso e la sua coolness.
L’epidemia della droga è di una portata tale per cui iniziano a nascere organizzazioni volte a dare delle alternative ai giovani harlemities. Tra queste la Nation of Islam. Ad Harlem il loro verbo si diffonde velocemente con la creazione di moschee lungo la 125th e la distribuzione, agli angoli dei blocks, del “Muhammad Speaks”, la rivista che diffonde il verbo di Elijah Muhammad, il creatore della N.O.I.
Non è solo una religione, ma anche un partito politico che insegna l’auto disciplina e l’auto difesa contro i bianchi che vengono visti come il demonio. Sebbene sia nata più o meno intorno agli anni della Great Migration, è solo con l’arrivo di Malcolm X che guadagna visibilità. Ed è in particolare quando un giovane Cassius Clay, poi Muhammad Alì, inizia a viaggiare ad Harlem per imparare da Malcolm X che la N.O.I. diventa conosciuta a livello nazionale.






Dapper Dan decide quindi di iscriversi ad una di queste organizzazioni nate a sostegno degli afroamericani, la Urban League, e in particolare al loro programma chiamato Harlem Prep che gli permetterà di accedere al college. La Urban League produce anche un magazine mensile chiamato “40 acres and a mule” per cui Daniel inizia ben presto a scrivere. Proprio questa collaborazione gli consente di accedere a quella che lui definirà l’esperienza più importante della sua vita: l’African Summer, un viaggio tutto spesato dalla Urban League in continente africano alla scoperta delle loro origini, dove ha la possibilità di assistere, tra altre cose, all’incontro di pugilato più storico di sempre, quello tra Muhammad Alì e George Foreman e di andare allo Zaire International Black Music Festival del 1974.







#2 Lo stile Dapper Dan: dai gangster ai rappers.
Il colpo di fulmine che ha conosciuto in Africa per l’abbigliamento, lo porta a decidere di aprire, una volta tornato ad Harlem, la Dapper Dan’s Boutique. È il 1982 e anni di vita di strada gli garantiscono rapidamente una clientela fatta principalmente di gangster e hustler di quartiere. Con suo grande disappunto nota che la stampa nera, soprattutto “Ebony” e “Jet”, lo ignora probabilmente proprio a causa di questa clientela.

La fama della Dapper Dan’s Boutique viaggia, a poco a poco, anche fuori dai confini di Harlem attraverso tutti e cinque i quartieri della città. Inizia a produrre capi di abbigliamenti per i più importanti gangster della città che vogliono capi sensazionali e unici capaci di suscitare lo stesso effetto che le borse griffate delle più famose maison europee come Gucci e Louis Vuitton sanno fare.
Si dirige così in downtown dove compra da Gucci tutte le garment bags disponibili. Queste grosse sacche proteggi-abiti gli permettono di ritagliare e utilizzare grandi pezze di tessuto monogram per fare cappotti e pantaloni. Inizia a produrre qualsiasi tipo di capo di abbigliamento non solo in Gucci, ma anche in Louis Vuitton, Fendi, MCM, portando queste maison europee ad un altro livello, o usando le sue parole, “blackanized them”.
Inizia a produrre anche per i primi rapper come LL Cool J e Rakim o per atleti olimpici come Diane Dixon. Lo stile di Dapper Dan è capace di evolversi sempre in base ai gusti e alle richieste dei clienti tenendo tuttavia fede alla regola numero uno nello stile black, ovvero essere “matchy matchy” cioè indossare sempre capi e accessori abbinati tra di loro.


Una sera del 1989 una rissa scoppiata davanti al suo negozio tra Mike Tyson, suo cliente, e Mitch “Blood” Green, porta la Dapper Dan’s Boutique sotto i riflettori. Ma non nel modo che Daniel sperava. Quando sul New York Times scrivono che la boutique, un business aperto tutta la notte, ha come clientela persone disposte a spendere anche 850$ per un capo, per molte persone, che non hanno idea di chi sia Dapper Dan, questa storia lascia più dubbi che risposte. Un negozio di abbigliamento aperto h 24? Ma soprattutto: chi spende 850 $ ad Harlem alla fine degli anni ‘80?
Nel video "Big Ole Butt" di LL Cool J, dal 1'20" compare la Jeep Wrangler di proprietà di Dapper Dan, prestata per quell'occasione, customizzata MCM.
#3 Le battaglie legali, la rinascita e la sua eredità.
La possibilità che i brand europei di cui lui utilizza il logo potessero, ad un certo punto, fare quantomeno delle domande, è qualcosa che di tanto in tanto aveva attraversato la testa di Dan, tuttavia è un rischio che sapeva di dover correre: del resto il suo pedigree è pur sempre quello di un hustler di Harlem.
Non molto dopo la rissa Tyson, Dapper Dan entra nel mirino di alcuni dei più importanti studi di avvocati di Madison Avenue. È l’inizio della fine per la Dapper Dan’s Boutique. Con parecchia ingenuità Dan decide di difendersi da solo non capendo, probabilmente, la portata del caso. La sua strategia difensiva è semplice: “non ho mai copiato nessuno” dichiara “le mie creazioni non sono beni contraffatti, ma omaggi interpretativi”.
It makes sense: del resto Fendi non fa snorkel o costumi da bagno a quei tempi. E neanche abbigliamento maschile. Ma non basta chiaramente. Il giudice stabilisce che gli vengano confiscati tutti i macchinari per un totale di quasi 250mila dollari. Un danno astronomico per Dan che non ha altra scelta se non quella di chiudere definitivamente la boutique.
Tuttavia, dopo un periodo di comprensibile difficoltà, torna a fare la cosa che più di tutte ama fare: rendere le persone fly. Converte la sua brownstone nel nuovo quartiere operativo e qui torna a produrre capi di abbigliamento ispirati ai nuovi gusti del momento che, chiaramente, sono cambiati. Le references sono principalmente legate al mondo del rap e dell’hip hop e lo stile più apprezzato, in quel momento, è quello aspirazionale di Tommy Hilfiger e Ralph Lauren: college, preppy e ivy league.
Fondamentalmente è stata la cultura hip hop a tenere in vita il suo nome e in particolare Jay Z che lo ha introdotto ad una generazione completamente nuova con il verso “Wear a G on my cheast, I don’t need Dapper Dan” nel brano “You don’t Know” del 2007.
La storia di Dapper Dan ha acceso più volte il dibattito sulla questione dell’appropriazione culturale. Ma Dan ha sempre dichiarato di non averci mai pensato più di tanto: l’interpretazione che hanno dato i brand europei del suo lavoro gli ha permesso di essere apprezzato ad un livello superiore. Non può dire la stessa cosa dei i primi black brand di moda hip hop come Phat Farm, Cross Colours, FUBU e Karl Kani che con il loro modo di reinterpretare il lavoro di Dan hanno invece mortificato la sua eredità culturale. Li ritine colpevoli di aver abbassato il livello con il solo obiettivo di capitalizzare velocemente lasciando, così, la possibilità alle maisons europee di inserirsi ad un livello superiore all’interno della cultura hip hop.
Oggi Dapper Dan continua a lavorare e a collaborare a diversi progetti. In questi anni ha creato una capsule di felpe in partnership con GAP distribuita anche in Europa e ha collaborato alla creazione dei look del bellissimo film “Queen & Slim”, una versione black di “Thelma & Louise”.

Ha una maison ad Harlem in collaborazione con Gucci dove si occupa ancora di realizzare capi su commissione dal gusto black, street luxury, hip hop. Questa collaborazione è nata dopo un crime of fashion: nel 2018 Gucci fa sfilare in passerella un capo spalla chiaramente ispirato ad un modello Dapper Dan, customizzato Louis Vuitton e creato per Diane Dixon. In molti parlano di appropriazione culturale. Ma Gucci risponde affermando che è stato un omaggio. Insomma: il tema è complicato. C’è chi commenta ricordando che Dapper Dan, per primo, si è appropriato di loghi altrui. Di contro c’è che gli omaggi andrebbero dichiarati in anticipo, non a posteriori. Rimane il fatto che il lavoro di Dapper Dan è un unicum nel mondo dell’abbigliamento e ha contribuito, con questo incidente, ad aprire la riflessione sulla questione culturale.

Quando sono usciti i nomi che compongono il board del MET Gala 2025 dedicato proprio al Black Dandyism, c’è stato parecchio stupore nel non sentire il nome di Dapper Dan nel board nonostante questo sia composto da eccellenze esclusivamente nere. Sappiamo che sarà comunque nel selezionatissimo parterre di invitati e che il suo look non mancherà di stupire (ne sono certa!). Ma quello che sono davvero curiosa di vedere e se qualche inviato citerà l’eredità di Dapper Dan indossando qualche capo ispirato al suo stile o, ancora più iconico, qualche pezzo originale (ma dove saranno conservati poi!?!)…magari le giacche di Eric B & Rakim o il bomber di Diane Dixon, pietra dello scandalo, nella (oggi sappiamo dal lieto epilogo) querelle con Gucci.
E’ il caso di dire: “All eyez on Dapper Dan”




